

Finestra culturale a cura di Claudio Gasparini
È nato a Villimpenta di Mantova l’11 febbraio 1943 «quando nel vento fioccava la neve, candide farfalle nella ricorrenza della Madonna di Lourdes» – ricorda. A sei anni inizia a frequentare le scuole elementari del paese distinguendosi in matematica e nelle altre materie, meno che in italiano: “una frana!”. Promosso grazie al buon cuore del maestro Claudio Pasini. Finite le scuole «ho cominciato a malincuore e contro voglia – racconta ancora Mario – a lavorare tra la puzza di stalla e il sudore faticoso dei campi. A quei tempi, i giorni erano lenti, gli anni infiniti. Intanto maturavo e piano, piano il lavoro di contadino mi entrava nelle vene e diventava il mio sangue quotidiano». La stalla e la campagna l’appassionavano sempre di più. Le stagioni si sfogliavano come le pagine di un libro a colori. Gli anni scorrevano per Mario come un treno carico di soddisfazioni e serenità, anche se l’impegno quotidiano nella stalla non gli concedeva ferie, nemmeno domeniche e procurava a volte grosse preoccupazioni. L’allevamento di vitelloni era la sua massima passione e consentiva di dare il necessario per sostenere le esigenze famigliari. La sua vita era racchiusa nel cerchio della famiglia, del lavoro e, alla domenica, la chiesa. Il tempo andava trainando le stagioni, gli anni, i giorni. Nell’82 si trasferisce a Gazzo Veronese dove vive. Arriviamo al maggio 1992, cinquant’anni dopo che era stato concepito “all’epoca cantava la mitraglia e tuonava il cannone”. Da qualche notte sognava suo padre che abitava il cielo da diversi anni. Le prime volte era solo, poi, quando i sogni divennero più frequenti, lo scorgeva con figure angeliche che volevano trasmettergli qualcosa che non riusciva ad interpretare. Un giorno era in stalla con il notes in mano che il veterinario gli aveva lasciato con la lista alimentare per i vitelloni, stava controllando e sottolineando con la matita le cose più importanti, quando, improvvisamente gli apparve un angelo dei sogni che disse “Prendi Barbetta (all’epoca portava la barba) e scrivi”, allungandogli carta e penna che teneva in mano. «Fu un attimo e poi svanì. Io che già avevo in mano il notes e la matita cominciai a scrivere, senza capacitarmi di quello che mettevo sulla carta. Dopo qualche minuto avevo finito e con stupore mi accorsi che avevo scritto una poesia, della primavera e la mia sposa. Corsi subito in casa dalla moglie e le lessi la poesia. Che bella, mi disse, dove l’hai copiata. Le spiegai l’accaduto. Disse: “Ma va là che te si mato!”. Non ero capace di spiegarmi cosa era successo di così stranamente meraviglioso. Da quel momento la vena poetica è diventata un ruscello di fresche parole che alimentavano di bello tante pagine bianche. Parole di cui non conoscevo nemmeno il significato (per la mia bassa cultura) ma appropriate alla frase che spontanea mi sorgeva». L’appellativo di ‘contadino poeta’ gli fu attribuito anni orsono dal parroco del suo paese. Rievoca Mario Bissoli «per fargli gli auguri gli avevo portato una poesia che descriveva il Natale dei tempi passati. La gradì al punto da invitarmi a leggerla alla Messa solenne. Nonostante la mia ritrosia, su sua insistenza, mi ritrovai alle 11 alla Santa Messa del Natale. Mi tremavano le mani, le gambe, tremavo tutto. Mi impongo di calmarmi. Con l’aiuto del Signore ho letto la poesia ai fedeli che riempivano la chiesa, saranno state quattrocento persone. Applausi a non finire, non credevo, mi sembrava di essere in un sogno». Lì è iniziata la strada del ‘contadino poeta’.