

Italia. Seppur le caratteristiche del fenomeno nazionale siano ben distanti dalla matrice, la banda rimane sempre una sottocultura, ossia strumento alternativo attraverso cui il ragazzo delle classi meno agiate può raggiungere mete altrimenti inaccessibili. Nella maggioranza dei casi i membri delle baby gang sono italiani di seconda generazione spinti dalle proprie frustrazioni a porsi in
contrasto con i valori e le regole condivise dall’ambiente che li accoglie. Tuttavia i recenti attacchi
delle baby gang veronesi, anche a poliziotti in borghese, si discostano dal fenomeno americano, sia attuale che passato. A tal riguardo la criminologa Giusy Calabrò, fautrice del piano di security
accolto in Veneto, evidenzia come sia anche indispensabile apportare delle modifiche all’ormai
obsoleto sistema penale minorile: «La Legge 488/88 sui minorenni andrebbe rivista e attualizzata,
poiché i ragazzi sono consapevoli che dopo aver commesso i reati rimarranno impuniti. Solo nel
nostro Paese esiste tale atteggiamento ipergarantista nei confronti dei reati minorili, mentre è palese come le nuove generazioni abbiano ormai poco in comune coi ragazzi degli anni Ottanta. Oggi tale fenomeno appare amplificato anche a causa dell’impatto mediatico che investe i giovani, ecco perché occorre prudenza anche nel rilasciare notizie giornalistiche che potrebbero innescare
maggiormente il loro desiderio di protagonismo, non soltanto nel voler imitare le gang rapper
americane, ma anche nel forte bisogno di essere considerati dalla società da loro vista come ostile.
Altrimenti – continua l’esperta – non si spiegherebbe tutto questo odio nei confronti delle forze
dell’ordine le quali, in osservanza dei principi penali vigenti, dimostrano sempre molta sensibilità
nei confronti dei giovani delinquenti. La mania di protagonismo di tali ragazzi emerge soprattutto
nel web, in particolare su Instagram dove usano tutti nickname che indicano l’appartenenza alla
banda. Insomma, lo tsunami tecnologico contribuisce ad arruolare nuovi follower o adepti delle
gang locali colmando il vuoto culturale e affettivo di minori poco seguiti dai genitori e che,
pertanto, ignorano l’educazione civica, non frequentano la scuola e sono privi di interessi».
«Il tema delle baby gang va affrontato in modo serio – dichiara inoltre Stefano Valdegamberi – attraverso azioni sia repressive, sia rieducative come l’istituzione di un servizio civile obbligatorio presso strutture specializzate. Il gap educativo oggi si fa sentire e la famiglia non svolge più il ruolo del passato. Le conseguenze dei loro reati, nel caso di minorenni, devono richiamare alla responsabilità i loro familiari. La mozione da me proposta e approvata in Regione Veneto traccia una road map per affrontare il problema a vari livelli mediante la sinergia di figure professionali competenti. Diversamente non si otterranno risultati».