

A 13 anni la vergogna del sangue
«Nuovamente i coltelli, le lame, i pugnali fanno scempio dei luoghi del sapere, dell’incontro, delle relazioni che sono tali perché insegnano il valore del rispetto per l’altro. Questa volta il ribelle inconcludente non ha l’età neppur per essere perseguito penalmente. Un adolescente con il bicipite in bella mostra, con le mani in tasca e le gambe larghe, con l’arroganza della sfida, della scommessa, del rischio che rimarrà un rimorso che scava per ogni giorno a venire. A 13 anni senza parole per chiamare le cose con il proprio nome, senza alcuna capacità di vedere e sentire l’emozione di una vita interpretata con il cuore, bensì percepita come una linea banale e sonnolenta. A scuola un giovanissimo leader del delirio di onnipotenza, tra violenza, illegalità, ingiustizia. Un leader malconcio e straziato da ben altro delirio, forse ancora peggiore, quello della perenne commiserazione, tutto ciò che mi accade, che mi perseguita, che la vita mi riserva non è mai dovuto a mia incapacità o irresponsabilità, la colpa è sempre di qualcun altro, dell’intorno che non risparmia e addita, la colpa è sempre di questo o di quello, io non sono il carnefice di me stesso e degli altri. Io sono la vittima predestinata, innocente, ben intruppata tra le vittime che spesso sempre più spesso rimangono senza giustizia. Una scuola e una docente prese a coltellate, una scuola che insegna ai ragazzi lo strumento salvavita di alzare la mano per chiedere aiuto e una professoressa incolpevole della tragedia che incombe. Quando accadono fatti così eclatanti diviene assai difficile immaginare un futuro in cui la rabbia e l’ira di un giovanissimo non siano la risultanza prodotta dall’indifferenza del mondo adulto e delle istituzioni che pensano supinamente di risolvere questa vergogna del sangue con la sola bacchetta calata con forza sulle dita. Quando un adolescente non sente il bisogno di avvicinare la libertà alla propria responsabilità, forse occorre avere più tempo e più occhi del cuore per accorgersi dei risultati dell’uso e abuso dell’agio, di quanto malessere esonda da un benessere privo di impegno e fatica. Forse in questo presente così drammatico dove la sfida educativa appare soltanto uno slogan, sarà bene usare le parole con la dovuta onestà, prendere atto che non esistono ragazzi senza problemi ma ragazzi a cui prestare cura e attenzione. Senza se e senza ma».Vincenzo Adraous