Di Marco Bertagnin
Sono strani i percorsi della mente. A volte troppo arditi. Il treno ad alta velocità ha schiantato la traversina del binario e dell’ennesima tragedia si è persa la misura. Seguivo muto la tristissima narrazione e mi immedesimavo nel dolore che l’incidente ha dispensato. E pensavo alla velocità del presente, dove tutto deve correre sempre più veloce: treni, notizie, calcoli, vite e persone. Abbassati gli occhi, quasi a cercare una risposta, la mia gatta mi fissava. Mi è sfilata davanti, lenta e silenziosa. E’ il segnale che abbiamo dimenticato, mi sono detto? L’ho osservata mentre si allontanava. Con l’impercettibile fremito della coda mi ha risposto. Quanto bastava. Un giorno ero steso, non era dei più felici. Improvvisamente si è appoggiata con la testa sulla mia gamba. Senza rumore, fingendo indifferenza. Che avesse intuito l’impossibile? Ne ho avuto la netta sensazione. Poi esce, e non corre, perché segue la cadenza naturale dei giorni e delle stagioni. Ogni tanto non si fa trovare. “Maestro, tutti ti cercano!”. Anche nostro Signore talvolta non si faceva trovare. Che fretta, noi, nel rispondere anche ad un banale messaggio. Quando lei riappare non si giustifica perché non ha perso la libertà di sé. Il mio gatto era uno dei primi temi alle elementari: la mia gatta mi guarda spesso negli occhi ma io non vedo lei; vedo me; i suoi occhi mi specchiano e mi rallentano, mi calmano, sempre mi interrogano. Se lo Spirito soffia dove vuole, perché è come il vento, che non sai da dove viene nè dove va, in quello sguardo, io credo, soffia lo Spirito. Se l’ombra è la nostra immagine impalpabile, che né la velocità nè il deragliamento da un binario schiantato possono scalfire, il gatto è l’ombra che ci cammina a fianco: dignitosa e riservata, lenta e composta in un torneo frenetico, spesso insensato, che a lei non appartiene. Così, la sera, non dimentico di abbassare lo sguardo: lei mi fissa per un po’, immobile. Poi sale sul letto, e accompagna la notte.