Di Marco Bertagnin
‘La famiglia nel bosco’
La vicenda della ‘famiglia che vive nel bosco’ ha sollecitato le istituzioni e le brame dei ‘tutti pronti a giudicare’, puntando il dito contro gli altri. Le moderne menti pigre e sonnolenti si risvegliano quando sentono odore di patibolo. Per quanto mi riguarda, mi ha ricordato il ragazzo del libro della giungla di Kipling/Disney e L’Enfant sauvage di Francois Truffaut. Il primo, simpatico, ingenuo e spregiudicato, mentre, il secondo, triste vittima di due destini crudeli e opposti. La famigliola australiana è incappata nell’impossibilità di sottrarsi all’omologazione contemporanea che non tollera variazioni sul tema. Sostenere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato è un’operazione delicata e difficile, soprattutto quando si applica alle vite degli altri. Ma lo Stato ha le sue articolazioni di protezione sociale e, con impeccabile linguaggio argomentativo, si reca nella capanna a prelevare i figli, nell’interesse … prevalente degli stessi. “Lo zelo per la tua casa mi divora” scrive il salmista. La fervida sollecitudine nell’esplicazione del proprio compito da parte di giudici ed assistenti non mi è apparsa tanto nuova bensì curiosa. Mi sono chiesto, ad esempio, per quale ragione i suddetti soggetti non sono stati altrettanto operosi e determinati nei confronti di quei minori robotizzati, freddi e spietati che tutto sono tranne che ‘normali’ oppure nei confronti di quelli che, a migliaia, vivono nei campi nomadi e che oltre a vivere nella spazzatura e nel totale degrado umano e materiale, vengono impiegati nell’accattonaggio ed avviati a delinquere dai genitori. Forse perché, se ti cacci là in mezzo, ti fanno a pezzi prima di arrivare alla baracca? E’ più facile prendersela con una vecchina imbranata che sbaglia manovra con la macchina piuttosto che insultare un moldavo di un metro e novanta che scende dall’auto male condotta e ti pianta come un chiodo, non è vero? La famigliola del mondo nuovissimo (così si definiva l’Oceania) non fa paura a nessuno e quindi ci si può dare dentro. Non sono idiota al punto da assecondare il mito del ‘buon selvaggio’ di fine settecento e nemmeno un giulivo naturismo ma la vicenda ricordata non mi è piaciuta, e mi ha fatto un po’ incazzare. Se poi sto, come al solito, dalla parte cosiddetta sbagliata, non me ne frega di meno.